AL SAN MATTEO

Mamma e neonato morti in sala parto, chiesta l’archiviazione: “Tragica fatalità, medici non responsabili”

I periti escludono la negligenza d'équipe sul decesso di Andreea Mihaela Antochi e del piccolo Sasha. La famiglia valuta l'opposizione al giudice

Mamma e neonato morti in sala parto, chiesta l’archiviazione: “Tragica fatalità, medici non responsabili”

La Procura di Pavia ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Andreea Antochi e del figlio Sasha, avvenuta al San Matteo nel 2024. I periti escludono responsabilità mediche parlando di una rara e imprevedibile embolia da liquido amniotico, ma la famiglia valuta l’opposizione.

Mamma e neonato morti in sala parto

Una drammatica fatalità, un evento clinico talmente rapido e imprevedibile da rendere vano ogni disperato tentativo di soccorso. A quasi due anni dal dramma che ha sconvolto la comunità di Villanterio, la Procura della Repubblica di Pavia ha formalmente richiesto l’archiviazione del fascicolo d’inchiesta per omicidio colposo relativo alla morte di Andreea Mihaela Antochi, la giovane mamma di 30 anni deceduta il 17 dicembre 2024 insieme al figlioletto che portava in grembo, Sasha, durante il parto al Policlinico San Matteo.

La richiesta di proscioglimento formulata dai magistrati pavesi riguarda l’intera équipe medica e ostetrica – composta dai ginecologi e dal personale sanitario in servizio quel giorno – che era finita sul registro degli indagati come atto dovuto per consentire lo svolgimento degli accertamenti peritali. Secondo le conclusioni depositate dal collegio di luminari e consulenti tecnici nominati dalla stessa Procura, il duplice decesso non sarebbe ascrivibile a negligenze, errori o ritardi terapeutici, bensì a una delle complicanze ostetriche più rare e temute della medicina moderna.

Embolia da liquido amniotico

Le accurate indagini medico-legali si sono concentrate sulla fulminea evoluzione del quadro clinico della paziente. La relazione degli esperti ha stabilito che la causa della tragedia sia stata un’embolia da liquido amniotico. Si tratta di una sindrome estremamente complessa che si manifesta quando le cellule o i tessuti fetali penetrano nel flusso sanguigno della madre, scatenando una reazione infiammatoria massiccia e un conseguente shock cardiocircolatorio.

I periti hanno sottolineato come tale quadro si sviluppi in modo improvviso e drammatico. E’ un evento estremamente raro che, secondo le statistiche cliniche, si verifica tra i 2 e i 6 casi ogni 100mila parti. La letteratura medica la classifica come una patologia non prevenibile, i cui fattori scatenanti restano in gran parte imprevedibili.

Il disperato cesareo d’urgenza

L’attenzione degli inquirenti e dei periti delle parti offese si era inizialmente focalizzata sulla tempestività delle azioni compiute in sala parto e sulla correttezza delle procedure adottate subito dopo il malore della donna. Al San Matteo il personale aveva infatti proceduto a un taglio cesareo d’urgenza nel tentativo estremo di salvare almeno il neonato.

Tuttavia, la consulenza tecnica disposta dalla Procura ha chiarito in modo netto questo aspetto: data la rapidità e la violenza della patologia, anche un intervento chirurgico eseguito in tempi ancora più precoci non avrebbe comunque permesso di salvare la vita della giovane madre né quella del piccolo Sasha. La condotta del personale sanitario è stata pertanto ritenuta pienamente conforme ai protocolli di emergenza previsti in questi casi specifici, escludendo profili di colpa professionale.

La battaglia legale della famiglia

La decisione della Procura segna un punto di svolta sul piano giudiziario, ma non placa il dolore immenso di una famiglia distrutta. A Villanterio, il marito di Andreea, Florin Catalin Lovin, aveva già preparato con cura la cameretta per accogliere il suo primogenito. Un’attesa che si è improvvisamente spezzata in sala parto.

La famiglia aveva nominato tre propri consulenti di parte affinché partecipassero agli accertamenti clinici. Sebbene le cause della tragedia appaiano ora definite dal punto di vista scientifico, i legali mantengono alta l’attenzione sul rigore formale delle procedure.

La richiesta di archiviazione non equivale alla parola fine: l’istanza dei magistrati dovrà ora essere vagliata e convalidata dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP). Nel frattempo, i familiari della 30enne deceduta stanno esaminando attentamente le conclusioni dei periti insieme al proprio avvocato. L’obiettivo è valutare la presentazione di un formale atto di opposizione all’archiviazione, richiedendo al giudice l’ordine di svolgere ulteriori e definitivi approfondimenti investigativi prima di chiudere per sempre il caso.