LA SENTENZA

Rogo doloso alla “Eredi Bertè” di Mortara: la Corte d’Appello conferma le condanne

Gestione illecita di tonnellate di rifiuti, ridotte lievemente le pene per i vertici dell'azienda (ma resta l'impianto accusatorio)

Rogo doloso alla “Eredi Bertè” di Mortara: la Corte d’Appello conferma le condanne

La Corte d’Appello di Milano ha confermato le condanne per il rogo doloso alla “Eredi Bertè” di Mortara, appiccato nel 2017 per occultare una gestione illegale di rifiuti. Nonostante lievi sconti di pena per i responsabili, resta fermo il diritto al risarcimento per le parti civili (foto di copertina: ISPRAmbiente.gov.it)

Rogo “Eredi Bertè”: condanne confermate

Non fu una tragica fatalità, ma l’estremo tentativo di cancellare le tracce di una gestione criminale. La seconda sezione penale della Corte di Appello di Milano ha messo ieri, lunedì 13 aprile 2026, un punto fermo su uno degli episodi più bui per l’ambiente in Lombardia: il rogo dello stabilimento “Eredi Bertè” di Mortara.

I giudici di secondo grado hanno confermato la colpevolezza dei responsabili, ribadendo che dietro quella colonna di fumo nero che nel 2017 oscurò la provincia di Pavia non c’era un incidente, ma un disegno preciso.

Pene ridotte ma accuse confermate

Nonostante la conferma dell’impianto accusatorio, la Corte ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado, concedendo una riduzione delle pene detentive. Per Vincenzo Bertè, la condanna è passata da 6 a 4 anni di reclusione (da scontare in regime di arresti domiciliari), mentre per il collaboratore Andrea Biani la pena è stata rideterminata in 5 anni, rispetto ai 7 iniziali. Restano invece invariate le pene accessorie e l’obbligo di risarcimento nei confronti delle parti civili, a testimonianza del danno profondo arrecato al territorio e alla salute pubblica.

Fumo e veleni

I fatti risalgono al settembre 2017, una data impressa nella memoria dei cittadini di Mortara. L’incendio dell’impianto di gestione rifiuti fu di proporzioni mastodontiche: i Vigili del Fuoco dovettero lottare contro le fiamme per oltre 24 ore consecutive prima di riuscire a domare il rogo. Le indagini successive, condotte in sinergia tra la Procura della Repubblica, la Polizia Giudiziaria e l’ARPA di Pavia, hanno svelato una realtà inquietante: l’azienda era diventata un hub per il traffico e lo stoccaggio illegale di rifiuti speciali. Il rogo dell’intero impianto fu l’ultima mossa disperata dei vertici aziendali per distruggere le prove di un business illecito che stava per essere scoperto.

Legambiente: “Soddisfazione per la sentenza”

Soddisfazione è stata espressa da Legambiente Lombardia, che si è costituita parte civile nel processo attraverso il suo Centro di Azione Giuridica (CeAG).

“Confermiamo la nostra soddisfazione per questa sentenza, frutto dell’eccellente lavoro svolto dagli inquirenti, che fissa in modo inequivocabile le responsabilità per uno dei più gravi episodi di incendio di un impianto di trattamento rifiuti della Lombardia,” dichiara Barbara Meggetto presidente di Legambiente Lombardia. “L’incendio della Eredi Bertè si colloca in quella stagione in cui i territori della Lombardia sono stati molto spesso teatro di enormi roghi di rifiuti. Una stagione da cui si è usciti grazie alla collaborazione e concertazione tra differenti enti di controllo. Un modello molto efficace che purtroppo non è più stato replicato una volta terminata l’emergenza incendi nel settore rifiuti”.

Il danno al territorio

Oltre alle aule di tribunale, la vera ferita resta quella ambientale. Per anni la cittadinanza di Mortara ha dovuto convivere con i fumi, il degrado e l’incertezza sulla salubrità dell’aria e della terra. La sentenza, pur nel parziale sconto di pena, riconosce ufficialmente il diritto dei cittadini a essere risarciti per una gestione spregiudicata che ha messo il profitto illecito davanti alla tutela del bene comune.