Il figlio di un ex dipendente delle Ferrovie dello Stato ha presentato un esposto formale alla Procura della Repubblica di Pavia per fare luce sulle cause del decesso del padre, avvenuto il 9 maggio 2024 a Pavia a causa di un mesotelioma pleurico maligno. La richiesta di accertamento giudiziario punta a verificare eventuali responsabilità penali connesse all’esposizione professionale alle fibre nocive durante il servizio prestato nello stabilimento pavese (in copertina Gianni Oliva con la moglie Ivana).
Una carriera trentennale nel settore rotabili
Gianni Oliva ha lavorato per quasi trent’anni all’interno delle Officine Grandi Riparazioni di Voghera, iniziando il proprio percorso lavorativo il 15 maggio 1974. La sua attività professionale si è protratta fino al 2003, periodo nel quale ha ricoperto dapprima il ruolo di operaio addetto alla verniciatura e successivamente quello di primo tecnico della manutenzione, occupandosi della revisione di locomotive e carrozze.
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“Mio padre ha dedicato gran parte della sua vita al lavoro, che svolgeva con amore e dignità ogni giorno. Vederlo affrontare una malattia devastante come il mesotelioma è stato un dolore immenso, che nessuna famiglia dovrebbe vivere. Con questo esposto non cerco vendetta, ma verità e giustizia. Lo devo a lui, alla sua memoria e a tutte le persone che hanno lavorato in quegli ambienti e che ancora oggi convivono con la paura di ammalarsi. Mi auguro che venga accertata ogni responsabilità, affinché tragedie come questa non vengano mai dimenticate e nessun’altra famiglia debba affrontare lo stesso dolore”, spiega Gianluca Oliva.
Il riscontro medico e i precedenti giudiziari
La certificazione rilasciata dall’INAIL e dal Centro Operativo Regionale della Lombardia del Registro Nazionale dei Mesoteliomi ha qualificato il caso come mesotelioma maligno pleurico ad eziologia professionale certa. A supporto dell’istanza presentata dal legale Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, l’esposto richiama pronunce della magistratura tra cui la sentenza della Corte di Cassazione n. 5037 del 6 febbraio 2001 e quella del Tribunale di Torino n. 1291 del 1° aprile 2025 relative ad analoghi contesti lavorativi.
“Questa storia non è un caso isolato. È una delle tante vicende che raccontano il prezzo pagato da migliaia di lavoratori che, per decenni, sono stati esposti all’amianto senza essere adeguatamente informati e protetti. Ogni procedimento giudiziario serve certamente ad accertare eventuali responsabilità individuali, ma ha anche un valore più ampio: restituire dignità alle vittime e impedire che la memoria di queste tragedie venga archiviata insieme ai fascicoli processuali. Fare giustizia significa accertare la verità, tutelare chi è ancora esposto e rendere il giusto rispetto a chi ha perso la vita a causa del proprio lavoro. È un impegno che riguarda l’intera collettività, non soltanto una singola famiglia” dichiara Bonanni.