LA SENTENZA

Dimesso con il consiglio di “non bere alcol”, perde parte dell’udito: ospedale condannato a risarcire 70mila euro

Il Tribunale di Pavia riconosce il danno sanitario: decisivi i mancati accertamenti iniziali su un 47enne arrivato in pronto soccorso con vertigini e dolore auricolare

Dimesso con il consiglio di “non bere alcol”, perde parte dell’udito: ospedale condannato a risarcire 70mila euro

Il Tribunale di Pavia ha condannato il San Matteo a risarcire 70mila euro a un 47enne che, dopo essere stato dimesso con una diagnosi superficiale, ha riportato una perdita permanente dell’udito. Secondo la sentenza, i mancati accertamenti in pronto soccorso avrebbero contribuito al peggioramento irreversibile del quadro clinico.

Dimesso con il consiglio di “non bere alcol”

Una diagnosi superficiale, un consiglio terapeutico del tutto inadeguato e un danno biologico permanente che si sarebbe forse potuto evitare con un semplice esame ambulatoriale. Il Tribunale ordinario di Pavia ha condannato la struttura ospedaliera cittadina a risarcire con ben 70mila euro un 47enne, rimasto parzialmente sordo a causa di un grave caso di negligenza medica. L’incredibile vicenda giudiziaria, legata a fatti avvenuti nel maggio del 2022, si è conclusa con una sentenza esemplare che mette sotto accusa la gestione del pronto soccorso e le procedure di dimissione d’urgenza.

 “Non bere alcol”

La vicenda ha inizio quando il paziente si presenta al nosocomio di Pavia a bordo di un’ambulanza. I sintomi accusati dall’uomo sono severi e di chiara natura otologica: forti dolori localizzati alle orecchie, evidenti disturbi dell’apparato uditivo, nausea acuta e violente crisi di vertigini. Nonostante un quadro clinico meritevole di immediati approfondimenti diagnostici, il medico di turno decide di congedare il 47enne in tempi rapidi. Le prescrizioni messe a verbale per il post-dimissione si riveleranno tragicamente inadeguate alla gravità della situazione: una generica indicazione di stare a “riposo” abbinata al consiglio tassativo di osservare una totale “astensione dal consumo di sostanze alcoliche”.

La diagnosi

Convinto di aver ricevuto l’assistenza corretta ma costretto a fare i conti con un dolore incessante e progressivo, il paziente trascorre i giorni successivi alle dimissioni in uno stato di sofferenza inalterata. Di fronte all’evidente peggioramento delle proprie condizioni, decide autonomamente di rivolgersi a un altro specialista per un secondo parere medico. È solo in questa sede che emerge la reale e drammatica entità del problema: all’uomo viene diagnosticata una severa “ipoacusia neurosensoriale sinistra”. Purtroppo, la corretta identificazione della patologia giunge fuori tempo massimo. Il ritardo accumulato nell’avvio della terapia farmacologica d’urgenza compromette l’efficacia delle cure, determinando una menomazione uditiva irreversibile.

Ad oggi, il 47enne ha perso il 30% delle sue capacità uditive, convive con acufeni costanti e vertigini ricorrenti, ed è costretto all’utilizzo permanente di apparecchi acustici.

La condanna del Tribunale

La sentenza firmata dal giudice del Tribunale di Pavia, la dottoressa Simona Caterbi, non lascia spazio a dubbi interpretativi ed evidenzia un chiaro nesso di causalità tra l’omissione medica e il danno subito dal cittadino. L’esame approfondito della documentazione clinica ha accertato che il personale della struttura ospedaliera ha evitato di attuare i protocolli standard previsti per le emergenze di questo tipo.

Nelle motivazioni della sentenza si legge infatti:

“Tutto ciò si sarebbe potuto verificare in ospedale con test semplici (Weber) o mediante audiometria, ma non fu eseguito alcun esame audiometrico in urgenza, né fu impostata terapia o un percorso di approfondimento immediato”.

Risarcito con 70mila euro

Il magistrato ha rimarcato come la totale assenza di approfondimenti diagnostici tempestivi abbia attivamente concorso a cronicizzare una patologia che, se affrontata con la corretta terapia d’urgenza, avrebbe potuto risolversi senza esiti invalidanti. La somma stabilita dal giudice, pari a 70mila euro, graverà interamente sulle casse della struttura sanitaria locale, chiamata a rispondere civilmente dell’operato dei propri dipendenti incluse le spese legali del procedimento.