di Emanuele Gallotti
A cinquant’anni dal terremoto del Friuli del 1976, una delle più gravi tragedie italiane del dopoguerra continua a vivere nella memoria collettiva. La sera del 6 maggio una violenta scossa di magnitudo 6.5 colpì il Friuli con epicentro tra Gemona e Artegna; a settembre nuove scosse aggravarono ulteriormente la devastazione. Il bilancio fu drammatico: oltre 990 vittime, più di centomila sfollati e decine di comuni distrutti tra le province di Udine, Pordenone e Gorizia.

In quei mesi difficili, l’Italia intera si mobilitò in una straordinaria gara di solidarietà. Anche San Genesio ed Uniti partecipò a quel movimento di vicinanza umana: il 6 giugno 1976 organizzai, insieme alla Scuola elementare statale del paese, un pellegrinaggio solidale per consegnare 400 mila lire alla scuola di Tricesimo, appena costruita ma gravemente danneggiata dal sisma. Un gesto semplice, ma capace di testimoniare concretamente la partecipazione di una piccola comunità lombarda al dolore del popolo friulano.
Le commemorazioni del 2026 hanno ricordato soprattutto quella straordinaria stagione di solidarietà nazionale, resa possibile anche grazie all’impegno di figure simboliche come Giuseppe Zamberletti e monsignor Alfredo Battisti. Da quell’esperienza nacque il cosiddetto “modello Friuli”, fondato sulla rapidità della ricostruzione e sul coinvolgimento diretto delle comunità locali. Ancora oggi il motto “Il Friuli ringrazia e non dimentica” rappresenta un simbolo di rinascita e memoria condivisa.
Ma il 1976, per San Genesio ed Uniti, non fu soltanto l’anno del terremoto e della solidarietà nazionale. Fu anche il tempo di una delle esperienze educative, artistiche e umane più intense mai vissute dalla comunità locale: la rappresentazione sacra de La vita pubblica di Gesù, un progetto che riuscì a coinvolgere un intero paese, trasformando la scuola in un laboratorio collettivo di cultura, partecipazione e impegno civile.
Un intero paese coinvolto in un progetto straordinario
Per molti mesi la comunità di San Genesio ed Uniti si raccolse attorno a questa grande iniziativa che vide protagonisti 110 alunni della scuola elementare statale, dieci insegnanti, le famiglie, la parrocchia, l’amministrazione comunale e numerosi cittadini.
L’iniziativa culminò in due rappresentazioni memorabili: la prima il 15 maggio 1976 al cinema-teatro “Araldo” di Certosa di Pavia, oggi scomparso; la seconda il 30 maggio al Teatro Fraschini di Pavia.

L’esperienza prese forma all’inizio dell’anno scolastico 1975-1976, quando la direttrice didattica di Certosa di Pavia, Bianca Maria Sartoris, invitò tutte le scuole del Circolo a sviluppare un’attività comune nel corso dell’anno. A San Genesio l’idea trovò terreno fertile grazie all’entusiasmo suscitato, l’anno precedente, dalla drammatizzazione de I Promessi Sposi che portai nei teatri oratoriani di San Genesio, San Carlo di Pavia e Gropello Cairoli.
Da quella esperienza nacque la decisione di mettere in scena La vita pubblica di Gesù, nella convinzione che il Vangelo potesse coinvolgere profondamente bambini e famiglie, “essendo l’incontro di due semplicità”. La risposta fu immediata: i bambini aderirono con entusiasmo, i genitori pure, e progressivamente l’intero paese si lasciò trascinare da quell’avventura collettiva.
Il lavoro di insegnanti e alunni
Durante le vacanze natalizie scrissi il copione, basandomi su una ricca bibliografia. I cinque ruoli narranti, incaricati di collegare le varie scene, vennero affidati agli alunni di quinta elementare, mentre ai più piccoli furono assegnate parti prive di dialogo, come quelle dei battezzandi o della folla.
La preparazione coinvolse tutti i 110 alunni del plesso, dalla prima alla quinta classe, e si protrasse per l’intero anno scolastico, ben oltre il normale orario delle lezioni. Le prove si svolgevano ogni sabato dalle 11 alle 12.30, ma negli ultimi mesi si aggiunsero intere mattinate e diversi pomeriggi.
A sostenere il progetto furono i sette insegnanti del mattino e le tre insegnanti del doposcuola: Amalia Miazza, capogruppo del plesso e anima instancabile dell’organizzazione, insieme a Lombardo, Barbero, Calvi, Civardi, Cevini, Pezza, Vitale e Zerbi. Ricordo ancora oggi il contributo prezioso di Amalia Miazza, davvero “instancabile e validissima”, tanto da arrivare, stremata dall’enorme lavoro organizzativo, a prendere in considerazione il pensionamento anticipato.
Prima dell’avvio delle prove, gli alunni furono invitati a raccogliere immagini evangeliche ritagliate da giornali e rotocalchi, spesso forniti dagli stessi insegnanti. Successivamente si lavorò sulla memorizzazione dei testi, sulla dizione, sull’espressione e sulla postura scenica. Ogni scena venne curata nei minimi dettagli: dalla disposizione semicircolare degli attori all’ordine di altezza, affinché la figura di Cristo risultasse sempre centrale.
I tre bambini che interpretarono Gesù nei diversi atti furono Massimiliano Cadore, Davide Fiori e Domenico Barberio.
Musica, scenografie e costumi
Un ruolo fondamentale fu svolto anche dalla musica. Don Antonio Razzini, allora giovane chierico del Seminario di Pavia, mise a disposizione la registrazione di undici canti religiosi che permisero al coro, formato da 33 alunni, di preparare l’accompagnamento musicale. Al loro fianco si unì anche il coro della parrocchia del Santo Spirito.
Gli undici canti furono accompagnati da altrettanti balletti eseguiti da sedici mini-ballerine preparate da un’insegnante del doposcuola. I brani liturgici, insieme all’Ave Maria, al Padre Nostro e all’Adagio di Albinoni, contribuirono a creare un’atmosfera intensa e suggestiva. L’intera parte musicale fu curata dal musicista locale Alberico Arbasini.
Anche scenografie e costumi nacquero da un grande lavoro collettivo. Un’insegnante del doposcuola guidò gli alunni nella realizzazione di tre grandi pannelli in truciolare dipinti ad acrilico con scene evangeliche, destinati a fare da sfondo ai tre atti. I pannelli furono forniti dal falegname di San Genesio Renzo Grossi.
Alcune mamme, aiutate dalle bidelle scolastiche, confezionarono le tuniche degli attori ispirandosi soprattutto alle immagini del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Per acquistare le stoffe, differenziate per colore a seconda dei personaggi, mi recai più volte a Milano, in via San Gregorio, cercando di contenere le spese. Gli apostoli indossarono gli abiti della Prima Comunione, mentre per i soldati furono acquistate armature giocattolo già in commercio.
Massimo Brambilla, tipografo di Bornasco residente a San Genesio, stampò gratuitamente i manifesti dello spettacolo, curò gli effetti luce e realizzò fotografie artistiche della rappresentazione.
Per preparare i bambini, nel salone dell’oratorio locale venne proiettato anche Jesus Christ Superstar, grazie all’interessamento di Ettore Magani. Proprio dall’opera rock arrivarono alcune delle suggestioni che influenzarono la messa in scena.
Le rappresentazioni tra emozione e successo
Le prove generali si svolsero sia a Certosa sia al Fraschini, complete di costumi, luci e musica, così che ai piccoli attori restassero da affrontare soltanto “le ultime due emozioni”: il pubblico e gli applausi.
L’iniziativa comportò spese considerevoli. Per sostenere il progetto furono organizzate una lotteria e alcune proiezioni cinematografiche. Il Consiglio di Circolo mise a disposizione una modesta somma, sufficiente appena per acquistare alcune tute per le ballerine.
Determinante risultò anche il sostegno dell’amministrazione comunale socialcomunista guidata dal sindaco Ernesto Anfossi e dall’assessore alla Pubblica Istruzione Francesco Locatelli, che mise a disposizione due pullman per il trasporto degli alunni alle prove e agli spettacoli.
L’evento suscitò curiosità e discussioni anche negli ambienti ecclesiastici. Si raccontava che il vescovo di Pavia, monsignor Antonio Angioni, non avesse partecipato allo spettacolo del Fraschini perché il teatro era amministrato da una giunta di sinistra Pci-Psi.
Il parroco di San Genesio, don Angelo Cremona, accettò con qualche riserva che la rappresentazione non si svolgesse nel teatro dell’oratorio, ritenuto però troppo piccolo per ospitare 110 bambini. Non partecipò allo spettacolo dell’Araldo di Certosa, considerato un luogo di spettacoli “leggeri”, ma presenziò invece al Fraschini insieme ad altri sacerdoti e chierici del Seminario. Durante l’intervallo monsignor Carlo Bordoni si complimentò con gli organizzatori affermando: “È così che si dovrebbe fare la nuova evangelizzazione”.
Don Angelo espresse tuttavia alcune osservazioni sul copione, contestando il fatto che nella scena della consacrazione fosse rappresentata soltanto la trasformazione del pane nel corpo di Cristo e non anche quella del vino nel sangue di Cristo. Anche il custode del Fraschini, vedendo arrivare tanti bambini alle prove, manifestò stupore chiedendo: “Come fa a tenere sul palco così tanti piccoli?”.
Durante una delle rappresentazioni, una giovane narratrice dimenticò una battuta; le suggerii prontamente la parola mancante a voce alta, permettendole di riprendere senza esitazioni. L’impatto dello spettacolo fu tale che, per molto tempo, i bambini continuarono a chiamarsi tra loro con i nomi dei personaggi interpretati in scena anziché con quelli di battesimo.
Profondamente colpita dal lavoro svolto, la direttrice Bianca Maria Sartoris conferì a ogni insegnante un encomio solenne e mi confidò che lo spettacolo sarebbe stato “degno del piccolo foyer del Teatro alla Scala di Milano”.
Al termine della rappresentazione al Fraschini, Carlo Rivolta e Massimo Teoldi, rispettivamente direttore artistico e direttore organizzativo del teatro, mi proposero di collaborare alla rassegna culturale “Si va per cominciare”, nota anche come “Settembre culturale”.
La solidarietà per il Friuli terremotato
Di quell’esperienza restano oggi poche fotografie e la registrazione audio: l’operatore incaricato della videoregistrazione riuscì infatti a impressionare soltanto pochi fotogrammi delle pellicole.
A ogni alunno venne donata un’edizione del Vangelo come ricordo dell’iniziativa. Il 14 giugno 1976, a scuole concluse, alcune mamme organizzarono nei locali scolastici una festa per tutti gli alunni e gli insegnanti coinvolti.
Ma quell’esperienza assunse anche un forte significato solidale. Dopo il terremoto del Friuli si decise infatti di devolvere il ricavato delle rappresentazioni ai terremotati. Il 26 giugno venne organizzata una gita-pellegrinaggio nelle zone colpite dal sisma, alla quale parteciparono insegnanti, alunni, genitori e cittadini di San Genesio.
Su indicazione delle autorità scolastiche di Udine — ci siamo rivolti al Provveditore facente funzioni, originario di Alessandria — la somma raccolta, pari a 400 mila lire, venne consegnata direttamente alla direttrice didattica di Tricesimo, la cui scuola, appena costruita, era stata gravemente danneggiata dal terremoto.
Ricordo ancora il pranzo al sacco consumato ai bordi della strada e, proprio in quel momento, la percezione improvvisa di una scossa di assestamento. Un episodio che rese ancora più concreto, quasi fisico, il dramma vissuto dalle popolazioni friulane.
Il viaggio a Londra e una memoria ancora viva
L’esperienza si concluse idealmente dal 26 al 30 settembre 1976 con un viaggio in aereo a Londra al quale parteciparono insegnanti, alunni, genitori e abitanti del paese. Durante il soggiorno il gruppo assistette all’ultima rappresentazione londinese di Jesus Christ Superstar, il musical che aveva ispirato parte del progetto scolastico.
Conservo ancora oggi un disco in vinile a 33 giri con la versione originale degli anni Settanta dell’opera.
Ripensando a quei mesi, colpisce come sia stato possibile, “con tranquilla e modesta fermezza”, trascinare un intero paese dentro un’iniziativa che forse neppure noi organizzatori immaginavamo sarebbe diventata tanto impegnativa quanto significativa.
A distanza di cinquant’anni, quella esperienza continua a vivere nella memoria collettiva di San Genesio ed Uniti e di tutti coloro che vi presero parte. Rimane il ricordo di una scuola capace di uscire dalle aule per diventare insieme laboratorio educativo, progetto artistico, esperienza comunitaria e concreta lezione di solidarietà. Un’eredità umana che, ancora oggi, racconta il volto migliore di un paese e di un’epoca.
