Le associazioni di categoria denunciano il crollo dei prezzi del riso italiano a causa delle importazioni agevolate dal Sud-Est asiatico, chiedendo all’UE clausole di salvaguardia automatiche. In Lomellina, cuore della produzione europea, il settore rischia il collasso se non verranno adottate misure urgenti per contrastare la concorrenza sleale e l’aumento dei costi dei fertilizzanti.
Riso in bilico
Non sono solo le acque dei canali a scorrere agitate tra le risaie della Lomellina, ma anche gli animi di chi, da generazioni, coltiva l’oro bianco. Quello che un tempo era un mercato solido e protetto, oggi sembra un fortino dai ponti levatoi abbassati: l’invasione di riso a basso costo proveniente dal Sud-Est asiatico, in particolare da Cambogia e Myanmar, sta mettendo in ginocchio le aziende agricole. Se i costi di produzione restano alle stelle, i prezzi all’origine sono in caduta libera, trascinando il settore verso un’insostenibilità che non è più solo una minaccia, ma una realtà quotidiana.
Lo scontro a Bruxelles
Il cuore della battaglia si è spostato nelle aule del Parlamento Europeo. Confagricoltura e Copa-Cogeca, per voce del presidente Massimiliano Giansanti, hanno bocciato senza appello l’intesa raggiunta tra Parlamento e Consiglio UE. Il motivo? Le “clausole di salvaguardia” previste per bloccare le importazioni eccessive sono considerate inefficaci. Le soglie di importazione che dovrebbero far scattare il blocco sono talmente alte da risultare, di fatto, irraggiungibili. Anche Coldiretti e Filiera Italia premono per la Plenaria di aprile: l’obiettivo è abbassare i massimali e rendere il meccanismo di difesa automatico e immediato, evitando le lungaggini burocratiche che finora hanno favorito il prodotto straniero a discapito di quello locale.
Prezzi crollati del 40% in un anno
I numeri raccontano una crisi silenziosa ma profonda. L’Italia, con i suoi 235mila ettari e 1,5 milioni di tonnellate annue, è il leader indiscusso della risicoltura europea. Tuttavia, la borsa merci riflette un quadro drammatico: varietà che lo scorso anno venivano scambiate a 100 euro al quintale, oggi faticano a toccare i 60 euro, con picchi negativi che scendono sotto i 40 euro. In Lomellina, dove la qualità del Carnaroli e delle varietà da interno è un vanto mondiale, produrre costa ormai più di quanto il mercato sia disposto a pagare, complici anche il deprezzamento del dollaro e il calo dei noli marittimi che rendono il riso asiatico estremamente competitivo.
Il nodo fertilizzanti
A rendere la situazione esplosiva si aggiunge il caro-fertilizzanti. Le sanzioni sull’ammoniaca russa e l’applicazione del CBAM (il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere) pesano come macigni sui bilanci delle aziende pavesi. Le associazioni di categoria chiedono a gran voce la sospensione del CBAM e una revisione della “Direttiva Nitrati” per permettere un maggiore utilizzo del digestato (prodotto dagli impianti a biomasse) come alternativa naturale ai concimi chimici.
Risaia regolatore idrico
Senza correttivi rapidi, il rischio è che molti risicoltori lomellini decidano di abbandonare le colture tradizionali. Non si tratta solo di una perdita economica, ma di un danno ambientale incalcolabile: la risaia è un regolatore idrico fondamentale per la pianura. La richiesta che arriva dal territorio è univoca: l’Europa deve decidere se proteggere l’eccellenza e il paesaggio italiano o cedere definitivamente alle logiche di un mercato globale senza regole condivise.