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Alzheimer, la svolta arriva dalla proteina Tau: i promettenti risultati della Fondazione Mondino

Uno studio internazionale coordinato a Pavia apre la strada a nuove terapie con anticorpi monoclonali: benefici cognitivi significativi e assenza di effetti collaterali gravi

Alzheimer, la svolta arriva dalla proteina Tau: i promettenti risultati della Fondazione Mondino

La Fondazione Mondino ha testato con successo il bepranemab, un anticorpo che colpisce la proteina Tau rallentando il declino cognitivo nell’Alzheimer precoce. Questa terapia si è dimostrata efficace e sicura, offrendo una promettente alternativa ai trattamenti attuali senza presentare gravi effetti collaterali (foto di copertina: l’Equipe di Ricerca della Fondazione Mondino, al centro il prof. Alfredo Costa)

Lotta all’Alzheimer

Mentre l’Europa attende il via libera definitivo alle terapie contro la beta-amiloide, la ricerca scientifica segna un punto a favore di una strategia alternativa che promette di rivoluzionare il trattamento dell’Alzheimer. Al centro c’è la Fondazione Mondino IRCCS di Pavia, dove i test su una nuova molecola hanno dimostrato, per la prima volta, che colpire la proteina Tau può rallentare sensibilmente il declino cognitivo senza i rischi legati alle terapie attuali.

L’attacco alla proteina Tau

Fino ad oggi, la lotta all’Alzheimer si è concentrata principalmente sulla rimozione della proteina beta-amiloide. Tuttavia, la Fondazione Mondino ha deciso di puntare con decisione su un secondo colpevole: la proteina Tau. Se l’amiloide crea “placche” all’esterno dei neuroni, la Tau forma grovigli interni che distruggono le cellule nervose.

Il protagonista di questa nuova fase è il bepranemab, un anticorpo monoclonale progettato per bloccare la diffusione di questa proteina nel cervello, agendo come uno scudo che impedisce alla malattia di progredire.

Lo studio TOGETHER

La ricerca, denominata studio TOGETHER, è stata condotta dal Dementia Research Center del Mondino sotto la guida del Professor Alfredo Costa. Il trial ha coinvolto pazienti in una fase precoce o lieve della malattia, sottoposti a somministrazioni endovenose ogni quattro settimane per quasi due anni.

L’approccio è stato rigoroso:

  • Monitoraggio costante: Valutazioni cognitive periodiche.
  • Imaging avanzato: Utilizzo della PET per misurare con precisione l’accumulo di proteina Tau nel cervello.
  • Sicurezza: Una fase di estensione di quasi un anno per verificare la tollerabilità a lungo termine del farmaco.

Risultati senza precedenti

I dati, che verranno pubblicati a breve, indicano un successo straordinario per un sottogruppo specifico di pazienti. Per la prima volta, una terapia anti-tau ha mostrato benefici cognitivi evidenti, in particolare nelle persone con un carico iniziale di proteina ancora basso o in coloro che non presentano fattori di rischio genetici (Apo-E negativi).

L’elemento più rassicurante riguarda però la sicurezza. A differenza degli anticorpi anti-amiloide, che possono causare alterazioni cerebrali rilevabili tramite risonanza (note come ARIA), il bepranemab non ha mostrato effetti collaterali significativi.

Terapie personalizzate

Questi risultati non rappresentano solo un successo tecnico, ma aprono la porta a una nuova era di terapie personalizzate. La scoperta che il trattamento è particolarmente efficace in determinate condizioni genetiche e cliniche suggerisce che, in futuro, la cura per l’Alzheimer non sarà uguale per tutti, ma cucita sulle caratteristiche specifiche del paziente.

La terapia contro la proteina Tau si candida così a diventare una colonna portante delle strategie “disease-modifying”, capaci cioè di modificare radicalmente il corso della patologia anziché limitarsi a gestirne i sintomi.