CRONACA

Curata a Lecce per un tumore inesistente: la verità scoperta a Pavia, maxi risarcimento ai familiari

Al San Matteo la diagnosi che svelò l'errore medico: per tre anni una 59enne fu sottoposta a 57 cicli di chemio per un angioma benigno. I farmaci le provocarono una leucemia fatale

Curata a Lecce per un tumore inesistente: la verità scoperta a Pavia, maxi risarcimento ai familiari

Un’errata diagnosi di tumore al fegato ha costretto per tre anni una 59enne a 57 cicli di chemio inutili, fino alla scoperta della verità al Policlinico San Matteo di Pavia, dove la donna è poi deceduta per una leucemia causata dai farmaci. Per la vicenda, diventata definitiva in sede penale, il Tribunale di Lecce ha condannato la Asl e il medico a risarcire i familiari con oltre 1,3 milioni di euro.

Curata per un falso tumore

Fu un ricovero al Policlinico San Matteo di Pavia a svelare anni di cure sbagliate e a fare luce su una drammatica vicenda di malasanità. Lì, per la prima volta, una donna di 59 anni scoprì che il tumore al fegato per cui era in cura da quasi tre anni in Puglia non era mai esistito. Una diagnosi errata che ha trasformato una lesione benigna in una condanna a morte, trascinandola in un lungo calvario farmacologico culminato con il decesso. Per quella tragica catena di errori, il Tribunale civile di Lecce ha condannato la Asl pugliese e l’oncologo che la seguiva a risarcire con oltre un milione e 300mila euro il marito, i tre figli e i nipoti della vittima.

La diagnosi errata

La drammatica vicenda ha origine nel 2004, quando alla paziente viene diagnosticata in un ospedale salentino una formazione epatica di circa 18 centimetri, scambiata per una neoplasia maligna. In realtà, come emerso successivamente e riportato dalla testata LeccePrima, si trattava di un semplice angioma benigno. Ciononostante, per 33 mesi consecutivi – dall’agosto del 2004 all’aprile del 2007 – la donna è stata sottoposta a un pesante ciclo di terapia oncologica a base di mitoxantrone, ricevendo complessivamente ben 57 somministrazioni.

L’insorgere della leucemia

Le consulenze tecniche d’ufficio analizzate durante il procedimento civile hanno evidenziato come quei cicli di chemioterapia fossero “assolutamente inidonei a curare la patologia di cui era affetta la paziente e, di converso, forieri di gravi effetti collaterali”. L’esposizione massiccia e prolungata al potente farmaco antitumorale ha scatenato nel corpo della donna una leucemia mieloide acuta, una grave patologia del sangue direttamente causata dalle cure improprie ricevute per anni.

La verità al San Matteo

La svolta – amara e tardiva – arriva nel 2008 con il ricovero della donna al Policlinico San Matteo di Pavia. È nella struttura pavese che i medici individuano finalmente la reale natura del problema originario e formulano la diagnosi corretta, proponendo un trapianto di midollo per tentare di salvarla dalla leucemia indotta dai farmaci.

Il quadro clinico della donna è però ormai irrimediabilmente compromesso. Il 4 febbraio 2009, a seguito di sopraggiunte complicazioni cardiache e polmonari, la 59enne si spegne dopo 56 giorni di ricovero.

Il risarcimento

Nel quantificare il risarcimento, i giudici hanno tenuto conto anche dell’immenso danno biologico e morale patito dalla vittima nei suoi ultimi due mesi di vita: la donna ha infatti mantenuto fino all’ultimo una “perfetta consapevolezza dell’errore medico che l’aveva resa malata terminale”, rimanendo sempre vigile e conscia dell’ingiustizia subita.

Sul fronte giudiziario, la sentenza civile chiude un cerchio già tracciato dalla magistratura penale. Il medico responsabile della diagnosi errata e della prescrizione dei cicli chemioterapici, all’epoca dei fatti in servizio presso l’ospedale di Nardò (Le), era stato infatti già condannato in sede penale con l’accusa di omicidio colposo. Una decisione che ha superato tutti i gradi di giudizio ed è diventata definitiva.