Oltre le aule di tribunale dove si discute il destino processuale di Andrea Sempio, si apre un nuovo fronte legale sul caso di Garlasco. Non riguarda più le impronte o i pedali di una bicicletta, ma il perimetro, spesso violato, del diritto di cronaca. La Procura di Milano ha infatti acceso i riflettori su quella che appare come una vera e propria persecuzione digitale e cartacea: un’indagine per atti persecutori che minaccia di scuotere le fondamenta del mondo dell’informazione e dei social media.
Dalle querele all’ipotesi di stalking
La svolta investigativa, rivelata da Gianluigi Nuzzi nel corso della trasmissione ‘Dentro la Notizia’, porta la firma del sostituto procuratore Antonio Pansa. La strategia del magistrato segna un punto di rottura rispetto al passato: invece di trattare isolatamente le circa 200 denunce per diffamazione presentate negli anni, la Procura ha deciso di accorparle in un unico, imponente fascicolo. L’ipotesi di reato è pesantissima: atti persecutori (stalking), una fattispecie che prevede pene severe, fino a sei anni e mezzo di reclusione. L’obiettivo è dimostrare che non si è trattato di critiche puntuali, ma di una strategia coordinata volta a demolire l’onorabilità delle persone coinvolte.
Visualizza questo post su Instagram
Nel mirino la difesa dei Poggi
I numeri dell’inchiesta raccontano la dimensione dell’assedio subito da chi gravita attorno alla figura di Chiara Poggi. Tra i querelanti figurano in prima linea i genitori della vittima, che hanno depositato circa 70 atti legali, e le cugine di Chiara, le gemelle Cappa (ascoltate proprio la scorsa settimana), autrici di ben 100 querele. Al coro di chi chiede giustizia si sono uniti anche i consulenti tecnici, come l’ingegnere Paolo Reale. Tutti lamentano una pressione psicologica insostenibile, alimentata da insinuazioni che avrebbero travalicato il confine della cronaca per sfociare nella persecuzione personale.
Gli indagati
L’indagine punta a mappare una moltitudine di soggetti. Nel registro degli inquirenti potrebbero finire direttori di settimanali, giornalisti professionisti, esperti di comunicazione e blogger indipendenti. Secondo la ricostruzione di Nuzzi, l’attività di questi soggetti nell’ultimo anno sarebbe stata caratterizzata da condotte reiterate, volte a diffamare sistematicamente chi, dopo aver subito la tragedia della perdita di una figlia o di una cugina, si è ritrovato paradossalmente sul banco degli imputati dell’opinione pubblica.
Il fango mediatico
Un esempio emblematico di questa deriva riguarda Marco Poggi, fratello della vittima. Per lungo tempo, il giovane è stato bersaglio di pesanti illazioni che lo volevano addirittura presente sulla scena del crimine al momento dell’omicidio della sorella.
“Questo filone si innesca nel dramma di chi, dopo aver patito un lutto, si è visto al centro di accuse infamanti”, ha sottolineato Nuzzi. Ora spetterà alla Procura di Milano stabilire dove finisce il diritto di opinione e dove inizia un crimine che ha trasformato un caso di cronaca nera in un infinito calvario mediatico per le vittime.