A gennaio 2026, di fronte al crollo economico, all’inflazione fuori controllo e alla continua svalutazione della moneta, in Iran la tensione è tornata a esplodere. Da settimane la popolazione scende in strada sfidando la repressione e mettendo a rischio la propria vita per rivendicare diritti negati da anni, dopo un lungo silenzio imposto da violenze e intimidazioni.
Anche gli iraniani all’estero non restano a guardare: ovunque nel mondo stanno cercando di far sentire la propria voce. Tra loro c’è Mohammad Nouri, un giovane iraniano che oggi vive a Pavia per proseguire i suoi studi. Sconvolto dalle immagini delle uccisioni e dalla brutalità della repressione, ha scelto di non tacere e di raccontare alla redazione di Prima Pavia la sua storia e ciò che sta accadendo nel suo Paese d’origine.
Un popolo unito
Le mobilitazioni attuali si inseriscono nella frattura politica e sociale aperta nel 2022, quando la morte di Mahsa Amini, in custodia della polizia morale, scatenò un’ondata di contestazioni contro il regime, dando vita al movimento “Donna, Vita, Libertà” – “Zan, Zendegi, Azadi”.
Spinti da condizioni ormai invivibili, cittadini e commercianti continuano a protestare senza sosta, determinati a diventare protagonisti di un cambiamento radicale. Una mobilitazione che prosegue nonostante i rischi, anche a costo della propria vita.
Colpiti anche gli ospedali, in cui le forze di sicurezza hanno fatto irruzione aprendo il fuoco o usando lacrimogeni con l’intento di colpire manifestanti feriti ricoverati dopo gli scontri. Come accaduto a Ilam, all’interno dell’ospedale Imam Khomeini.

Il numero delle vittime
Ad oggi la conta dei morti rimane incerta, nascosta nel silenzio imposto dalle autorità che hanno interrotto le comunicazioni interne anche attraverso il blackout imposto dal regime, ideato per zittire la voce del popolo e contenere le proteste impedendo la divulgazione delle informazioni.
Si parla di circa 3mila morti, ma le valutazioni degli osservatori indipendenti – fonti non governative, non controllate dal regime e quindi considerate più credibili – spingono il bilancio oltre le 16mila vittime.
Secondo quanto riportato dal Sunday Times, sulla base delle testimonianze dei medici impegnati sul campo, il bilancio sarebbe drammatico: circa 16.500 manifestanti uccisi e oltre 300mila feriti. Numeri che restituiscono la portata della repressione e la brutalità delle azioni riconducibili alla Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei.

Aria di cambiamento
Il popolo iraniano è determinato a portare avanti quella che molti iraniani considerano una nuova rivoluzione, che potrebbe cambiare le sorti di un Paese e di un intero popolo, riportando l’attenzione sui diritti umani fondamentali.
Al momento, il nome di spicco nella diaspora è quello di Reza Pahlavi, figlio dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, il quale si è schierato più volte dalla parte del popolo iraniano, sostenendo le proteste a favore della liberazione del Paese.

Intervista a Mohammad Nouri
Mohammad, giovane iraniano arrivato a Pavia per proseguire gli studi e impegnato nell’attivismo per informare i cittadini e sostenere la liberazione del proprio popolo, ha scelto di raccontare alla redazione di Prima Pavia la sua storia e ciò che accade ogni giorno nel suo Paese.

Nouri interverrà anche durante il seminario che si terrà a Pavia venerdì 30 gennaio 2026, alle ore 21, presso la sala conferenze del Broletto (in via Paratici), insieme a Leyla Mandrelli – traduttrice e attivista per i diritti umani italo‑iraniana.

Da quanto tempo vive a Pavia e cosa l’ha portata qui?
Sono qui da novembre 2023. Volevo fare un corso di intelligenza artificiale; c’erano solo Pavia e Roma per questa cosa e volevo essere vicino a Milano. Quindi ho scelto Pavia.
Quindi attualmente sta frequentando questo corso, sta studiando?
Sì, però oltre a questo corso sto anche lavorando. Durante questi anni in cui sono stato qui, ho provato a essere attivo sui social per i diritti umani e queste tematiche.
Qual è stato il percorso che l’ha spinta a lasciare l’Iran e la motivazione principale?
In Iran ho vissuto per diciotto anni. La cosa che ho visto io è che, a causa della religione che non puoi scegliere, la gente non ha più voglia di essere religiosa, non ha più voglia di rispettare chi lo è. Questo è solo un problema. Abbiamo tanti problemi economici e culturali; abbiamo tanti beni nei musei fuori dal Paese che non sono iraniani. Se ci fosse un governo che sistemasse le cose, queste situazioni non succederebbero.
Com’è stato l’impatto con una nuova città e una nuova cultura?
All’inizio era un po’ difficile perché non sapevo l’italiano. Infatti, quando sono entrato in Italia non sapevo cosa volesse dire “Ciao”. Però dopo che ho imparato la lingua ho visto che siete davvero simpatici. La cultura italiana mi ha fatto ricordare la nostra: ad esempio quando siamo a tavola per cenare iniziamo a parlare e ridere ad alta voce. Sono stato a casa di un mio amico, una famiglia italiana, e ho visto questa cosa che mi ha ricordato la stessa situazione in Iran. Mi ha fatto piacere, mi sono sentito a mio agio.
Quali sono le difficoltà maggiori che ha incontrato nel ricostruire una quotidianità lontano da casa?
Sono tante cose: imparare una nuova lingua, non conoscere nessuno e iniziare da capo. Io sono estroverso, ma per chi ha difficoltà a conoscere gente è difficilissimo. Poi c’è il problema della casa. Ho chiamato tante agenzie e almeno dieci, come prima domanda, mi hanno chiesto di dove fossi. Dopo aver sentito “Iran” mi hanno detto che non avevano niente. Queste cose purtroppo succedono.
Riesce a mantenere contatti regolari con la sua famiglia?
Ho sentito mio padre solo due giorni prima che bloccassero internet. Mi ha detto che lo hanno chiamato dal governo, lo hanno individuato e gli hanno riferito che, se tornassi, mi arresterebbero e mi ritirerebbero il passaporto. Dopo il blocco di internet l’unica volta che sono riuscito a chiamare mio zio è stata due giorni fa. Abbiamo parlato solo per un minuto e l’unica cosa che ho capito è che tutti sono vivi. O almeno così mi ha detto.
Quindi sta avendo ancora difficoltà nel comunicare con i suoi familiari?
Purtroppo sì. E anche quando parliamo, siccome ci sono persone del governo che ascoltano, non possiamo dire tante cose. Ho solo chiesto se tutti sono vivi. Anche se ci fosse un problema, sicuramente lui non potrebbe dirmelo perché sarebbe un problema per lui.
Suo padre le ha detto se ha ricevuto una comunicazione ufficiale o se si presume possa accadere?
Lui era in un ufficio della Repubblica in Iran. In questi anni lo avevano già chiamato qualche volta per chiedergli cosa facessi o perché fossi in Italia, ma erano cose tranquille. L’ultima volta invece lo hanno trattenuto per più o meno quattro ore. Non ho mai visto mio padre parlarmi in quel modo, così nervoso. Mi ha scritto: “Non tornare”. Presumo sia molto rischioso rientrare.
La sua famiglia sa come sta vivendo questa situazione?
No. In Iran la TV è controllata dal regime. Non sanno cosa succede davvero. E dopo una certa ora, in alcuni giorni, era pericoloso anche uscire di casa.
Cosa significa per lei seguire tutto questo da lontano?
Anche se non sono in strada con chi viene colpito dagli spari, in Italia ho fatto la mia parte. Nei primi giorni di proteste volevo andare là per essere con i miei fratelli e le mie sorelle, ma mi hanno minacciato. Se andassi, la prima cosa che succederebbe è che verrei arrestato e non potrei fare più niente. Ho deciso di rimanere qua; fortunatamente gli iraniani fuori dal Paese hanno una voce alta. Stiamo provando a interrompere le connessioni dell’Europa con il regime. Ci sono proteste, seminari, facciamo tutto quello che possiamo. Sono orgoglioso di quello che faccio, anche se non sono in strada.
Qual è la sua percezione della situazione attuale delle proteste?
Sicuramente quando il governo inizia a sparare e uccidere la gente ha paura, però la situazione economica e culturale non è uguale alle prime proteste. Adesso non possiamo fare proprio niente. Io mandavo soldi alla mia famiglia prima di queste cose, ma anche se mando tutto quello che ho, non possono vivere in pace con questi prezzi. Questa rivoluzione deve succedere, non sappiamo se stasera, domani o il prossimo mese.
Ha avuto modo di avere un racconto di ciò che stava accadendo da amici rimasti in Iran?
Sì, dal mio migliore amico e da mio zio. Prima del blocco mi hanno detto che questa volta è meglio di tutte le altre volte passate. Anche loro pensano che la rivoluzione succederà sicuramente. L’ultimo messaggio del mio amico, prima del blocco, diceva che voleva andare in strada e mi ha dato la sua password del telefono in caso di emergenza. Ieri ho capito che è vivo.
C’è un episodio o un’immagine che l’ha colpita più di altri?
Ieri ho visto un video su Instagram di una manifestazione a Londra. Su un proiettore passavano le immagini degli uccisi. Una donna che non sapeva niente ha visto l’immagine di suo fratello ucciso. Ha capito in quel momento che suo fratello era morto perché in Iran non c’era internet. Ha iniziato a piangere, è una situazione molto difficile. Ho pianto anche io.
Il popolo sta guidando il cambiamento rischiando la vita. Cosa pensa dei suoi coetanei in strada?
Come qualcuno che ha fatto la stessa cosa quando era in Iran, dico che è necessario. Con governi come la Repubblica Islamica la libertà non arriva senza sacrifici. Purtroppo molti vengono uccisi, feriti, arrestati, ma questa è la strada per la libertà.
Le manifestazioni continuano nonostante arresti, violenza e repressione. Cosa le dicono queste proteste sulla tenuta del sistema attuale?
Ogni dittatore nel mondo ha un punto in cui finisce. La mia gente vuole che la potenza di questo dittatore finisca. Anche fuori dall’Iran, in Italia, Inghilterra o Canada, ci sono tante persone che si muovono. Quest’uomo deve cadere perché è il responsabile della morte dei miei fratelli e delle mie sorelle. Durante le proteste gridano “Marg bar Khameneii” (che tradotto significa “Morte al dittatore” e “Morte a Khamenei”).
Perché secondo lei il regime evita di fornire informazioni chiare su ciò che sta accadendo?
Perché hanno paura. Il governo chiama la propria gente “terroristi” solo perché protestano per i propri diritti. Non vogliamo queste persone in Europa o in America. Tutti quelli che lavorano a stretto contatto con questa Repubblica Islamica dovrebbero essere allontanati.
I dati su morti e feriti sono frammentati. Come interpreta questo silenzio?
Spesso il governo porta via i corpi degli uccisi con dei camionetti fuori città senza dire chi fossero, come se fossero anonimi. Non viene comunicata la morte ai familiari oppure li ricattano: dicono che restituiranno la salma per il funerale solo se la famiglia dichiara pubblicamente che il congiunto ha combattuto per il governo e non era in strada per le proteste.
Cosa dovrebbe fare l’Europa e l’Italia in particolare di fronte alla repressione e alla richiesta di libertà del popolo iraniano?
Dovrebbero mandare fuori l’ambasciatore dell’Iran e chiudere il consolato. Nell’ultima manifestazione davanti al consolato di Milano abbiamo detto tante volte: “Meloni, chiudi il consolato”. Vogliamo che la gente che lavora lì per la Repubblica Islamica vada via, perché il popolo iraniano non riconosce più questo regime come valido. Vorremmo rappresentanti che portino la bandiera originale dell’Iran, quella senza elementi islamici.
Che tipo di rappresentanza vorreste al loro posto?
Vorremmo un rappresentante che rispecchi davvero il popolo iraniano e l’opposizione, non il regime. In altri Paesi hanno già sostituito la bandiera del consolato con quella storica dell’Iran, senza il simbolo della Repubblica Islamica. Noi abbiamo un’opposizione, abbiamo Reza Pahlavi, abbiamo un progetto per il futuro.
Nelle piazze si sente gridare il nome di Reza Pahlavi. Cosa rappresenta questo sostegno e che ruolo potrebbe avere nel post-regime?
Abbiamo visto com’era il Paese cinquant’anni fa con suo padre, era un bel Paese dove i rappresentanti parlavano inglese, spagnolo, francese e italiano. Erano persone brave che facevano tutto per l’Iran. Se chiedi ai miei amici, la scelta è lo Scià. Non vogliamo un nuovo dittatore: dopo la rivoluzione ci sarà un periodo di transizione di nove o dodici mesi per stabilizzare il Paese, poi la gente potrà scegliere liberamente il tipo di governo che vuole tramite un referendum.
Prima di bloccare internet lui (Reza Pahlavi) ha messo un post su Instagram per dire: “Venite fuori”. Dopo che la popolazione è scesa in strada e c’era solo una voce: “Javid Shah” – che vuol dire “Viva lo Scià”.
Perché ritiene importante portare la questione iraniana anche nel territorio pavese?
Perché la rivoluzione, prima o poi, accadrà. Quando il governo cambierà, vogliamo che la gente in Europa sappia già chi siamo, cosa vogliamo, quale opposizione esiste. È importante che gli italiani conoscano la nostra lotta rimanendo informati.
Ci sono aspetti della crisi iraniana che in Europa vengono ancora fraintesi o sottovalutati?
Sì. Si sottovaluta quanto sia urgente interrompere ogni relazione con il regime. Vedo ancora inviti a rappresentanti della Repubblica Islamica in seminari e incontri. Non ha senso parlare con un governo che, mentre tratta con l’Europa, uccide la sua gente in strada.
Quale sarà il punto centrale del seminario di Pavia e cosa vorrebbe trasmettere?
Siamo passati dal punto di dire solo cosa sta succedendo al punto di far conoscere cosa vuole il popolo iraniano: questa opposizione, questo nuovo governo e la rivoluzione. Chiedo a tutti di essere attivi sui social e di usare le proprie connessioni politiche. Non dobbiamo dimenticare che c’è ancora un governo terrorista. Non dimenticate l’Iran, non smettete di parlarne. Il nuovo governo che vogliamo sarà a favore del mondo e dell’Europa.